Il settore biomedicale risponde all’emergenza COVID-19

Intervista a Massimiliano Boggetti, Presidente Confindustria Dispositivi Medici

Boggetti

Come le realtà del biomedicale si sono adattate all’emergenza COVID-19?

Responsabilità, resilienza e collaborazione. Questi i principi che meglio racchiudono la risposta delle imprese dei dispositivi medici a questa dura prova. Si sono messe fin da subito a disposizione per intensificare la capacità produttiva, o riconvertirla laddove possibile per far fronte alla necessità sempre più grandi di respiratori e di tutti gli altri dispositivi medici utilizzati ogni giorno nei nostri ospedali. Dai tamponi ai termometri, dai guanti alle cannule e ai cateteri per intubare i malati, dall’ossigeno alle valvole, ai display di monitoraggio dei parametri vitali, fino alle tac. Un mondo di prodotti che permette ai nostri operatori sanitari di gestire l’emergenza in prima linea, come stanno facendo in questi giorni drammatici. E per renderlo disponibile le imprese con gli oltre 76.000 dipendenti del settore stanno facendo uno sforzo enorme, lavorando giorno e notte a ritmi serrati.

Le imprese sono sempre state consapevoli del ruolo chiave che ricoprono per il nostro Servizio sanitario nazionale e per la tutela della salute delle persone, ma oggi lo sono ancora di più. E ciò ci ha permesso di collaborare con le istituzioni facendo da collettore di informazioni legate alla capacità produttiva di tutte le imprese del settore. Hanno inoltre aderito in massa all’Accordo di responsabilità promosso da Confindustria Dispositivi Medici, che le impegna a tenere i prezzi dei dispositivi ai livelli di mercato pre-crisi e a garantire la fornitura in via prioritaria alle istituzioni come Ministero della Salute e Protezione Civile.

In questa situazione l’Italia si è trovata sprovvista di alcuni dispositivi per la sanità. Ora molte aziende italiane, a partire da quelle tessili, si stanno trasformando per fare fronte ad esempio all’emergenza mascherine (ma non solo). Lei pensa che queste produzioni potrebbero rimanere in Italia una volta finita l’emergenza?

Il Governo ha dato seguito a una serie di agevolazioni per le imprese nel decreto “Cura Italia” fra cui l’autorizzazione a Invitalia a erogare finanziamenti agevolati alle imprese produttrici di dispositivi medici e dispositivi di protezione individuale e due bandi del Mise rispettivamente sulla tecnologia e l’innovazione e sulla telemedicina e i sistemi di monitoraggio per la gestione e il contrasto del Covid 19. Ci auguriamo che siano i primi passi di un cammino condiviso. Ma il rischio reale è che tutte queste aziende disponibili a dare il loro contributo vengano penalizzate a crisi finita. Il nostro Servizio sanitario ricomincerà a comprare a prezzi più bassi, attraverso costi standard, acquisti centralizzati e gare al massimo ribasso, e queste aziende saranno inevitabilmente tagliate dal mercato. Sono stati proprio questi meccanismi di acquisto a portarci in questa situazione. Non si è tenuto conto della diversa qualità dei prodotti, dei costi della manodopera qualificata e degli ingenti investimenti in ricerca e innovazione che soli assicurano un’evoluzione tecnologica improntata alla maggior sicurezza ed efficacia e alla minore invasività dei dispositivi medici. E le aziende hanno delocalizzato in paesi con basso costo del lavoro o in alcuni casi dismesso queste produzioni. La politica dovrebbe fare delle scelte di politica industriale e sanitaria di ampio respiro, capaci di dare una risposta strategica a questi quesiti, che fino ad ora è mancata.

Visto l’esempio della Cina e di Wuhan in particolare, molti si chiedono se non si poteva prevedere l’arrivo del COVID-19 anche da noi. Lei cosa ne pensa? Il comparto biomedicale era preparato? E se si come?

Abbiamo assistito a un’evoluzione dell’emergenza che è diventata molto velocemente pandemia. E a una serie di reazioni scomposte da parte dei governi di diversi paesi occidentali. A dimostrare che è difficile affrontare una crisi sanitaria di questa portata e dare risposte univoche. Non conoscevamo il virus e il suo comportamento, lo stiamo apprendendo adesso sul campo. Ed è la sfida più difficile. Abbiamo però ottimi giocatori. Medici ed operatori sanitari instancabili con il compito più difficile, ma anche ricercatori che portano avanti ogni giorno la propria sfida nonostante tagli continui e bassi investimenti in ricerca nel nostro Paese e, non ultimo,  gli innovatori delle nostre imprese, pronti a realizzare anche in questi concitati momenti innovazioni tecnologiche che permettono di avere ad esempio diagnosi più rapide della malattia o trattamenti più efficaci. Ognuno sta dando il suo contributo e mettendo a disposizione il proprio know-how. Lo facciamo anche noi in Confindustria Dispositivi Medici mettendo le nostre competenze a servizio delle esigenze di tutte le imprese del comparto, sia associate sia non associate consapevoli dell’importanza di fare sistema. Forniamo supporto dal punto di vista legale, regolatorio e di comunicazione, tutte le informazioni sono sul nostro sito nella sezione dedicata (link).

Quali elementi sono emersi fino a oggi da questa emergenza che possono essere di aiuto per una ripresa alla fine della crisi?

La crisi è pesantissima, soprattutto in termini di vite umane. E il Governo deve cominciarsi a interrogare di fronte ai tanti, troppi morti che stiamo avendo. E chiedersi se abbiamo bisogno di una sanità in grado di gestire autonomamente non solo la normalità, ma anche l’emergenza attraverso delle scelte strategiche di politica sanitaria e industriale. Insomma l’emergenza sanitaria ha messo in luce in modo inequivocabile quanto la sanità sia cruciale ed è proprio da qui che possiamo ripartire. La White economy rappresenta oggi oltre il 10% del PIL, con il suo tessuto industriale composto per lo più da PMI, e promette di esplodere ed entrare velocemente a pieno diritto fra le grandi eccellenze del made in Italy. Le life science stanno costruendo il loro polo di attrazione degli investimenti e valorizzazione delle competenze nel Mind-Milano Innovation District, mentre il biomedicale ha a Mirandola il più grande distretto d’Europa, la nostra Silicon Valley. Il settore in Italia è all’avanguardia, un gioiello molto ambito e apprezzato soprattutto all’estero, con una crescita dell’export del 4,7%. Non mancano insomma le energie, gli investimenti e i protagonisti per dare vita a un nuovo rinascimento nel nostro Paese, dove il centro generatore sia proprio l’innovazione per la salute e il benessere delle persone. Ma dobbiamo imparare ad essere orgogliosi delle nostre imprese, a valorizzarle e tutelarle con politiche adeguate.