Voci dal Technology Forum Life Sciences 2017

Technology Forum Life Sciences 2017

 

A margine della terza edizione del Technology Forum Life Sciences 2017, organizzato da Ambrosetti European House con il supporto di Assobiotec e del Cluster ALISEI, abbiamo raccolto le considerazioni di alcuni relatori.

 

NicolaisLuigi Nicolais – Università Federico II, Napoli

Il Professor Debackere ha illustrato l’esperienza di Leuven in Belgio, dove in uno stesso territorio convivono fianco a fianco Università, incubatori, start-up e imprese private. Un hub scientifico che sta dando dei risultati molto interessanti in termini di ricerca e trasferimento tecnologico nell’ambito delle scienze della vita. Cosa manca in Italia perché si possa creare un’esperienza analoga?

In Italia avremmo tutte le condizioni per potere realizzare un’esperienza simile: abbiamo buone Università, centri di ricerca eccellenti, ricercatori con grande competenza e un buon grado di interazione tra i diversi soggetti. Ci manca però una politica strategica e una visione che ci permetta di realizzare qualcosa di equivalente a quanto è stato fatto all’estero. Ci auguriamo che il progetto dello Human Technopole, che sorgerà nella zona ex-Expo a Milano, potrebbe essere un nucleo dove poter far nascere un’esperienza analoga a quella raccontata dal Professor Debackere.

È importante che si raggiunga la consapevolezza della necessità di una convergenza tra diverse competenze: il futuro infatti non è più il singolo ricercatore o il singolo centro di ricerca, ma è lavorare assieme, unendo le differenti competenze scientifiche, i diversi attori della ricerca accademica, le imprese e il Governo.

Inoltre, per competere a livello internazionale, si dovrebbero fare degli investimenti seri: non è possibile avere il più basso numero di ricercatori di tutta Europa, non possiamo continuare a essere gli ultimi nel finanziamento alla ricerca, non possiamo non essere attrattivi per gli stipendi degli addetti alla ricerca. Ci sono condizioni base che vanno realizzate per essere dei protagonisti nel panorama internazionale. In questo momento ci troviamo in una posizione arretrata rispetto agli altri Paesi, ma avremmo tutte le componenti per poter accelerare, e la nostra politica dovrebbe rendersi conto che la ricerca non è solo un esercizio mentale di alcune persone ma è diventato l’elemento centrale per lo sviluppo del Paese.

Bisogna comprendere che in futuro dovremo vendere nuovi prodotti pieni di conoscenza, e per fare questo servono due componenti: pubblico e privato. Abbiamo bisogno di più investimenti, di un piano nazionale di assunzione di ricercatori, rivedendo tra l’altro le loro modalità di assunzione, e la loro retribuzione. Non è possibile infatti che gli addetti alla ricerca siano pagati la metà di quelli francesi e ancora meno dei tedeschi. Dal momento che ci stiamo avviando verso un’area europea della ricerca, in cui ci sarà libero scambio di ricercatori tra i vari Paesi, se non riusciamo a essere competitivi con laboratori attrezzati e stipendi adeguati rischiamo di perdere tutta la nostra capacità di fare ricerca.

Infine, un ultimo elemento: il tema della condivisione e dell’interscambiabilità dei dati. Fino a oggi in molte realtà c’è diffidenza a condividere le informazioni, ma la nuova “generazione digitale” sta finalmente cambiando questo concetto perché capisce che il dato deve essere condiviso. E il futuro sta in questo nuovo modo di pensare.

 

AlunniAndrea Alunni – LINKS Foundation and Senior Advisor, Oxford University Innovation; Member of the Scientific Committee, Technology Forum Life Sciences 2017 

Dal suo osservatorio privilegiato dall’estero come vede la situazione della ricerca italiana e del mondo delle imprese del settore life sciences? C’è spazio per una maggiore internazionalizzazione delle nostre aziende e quale dovrebbe essere la ricetta?

Prima di pensare all’estero è necessario consolidare le attività nel nostro Paese, per prima cosa attraverso la protezione della proprietà intellettuale che si genera all’interno delle Università italiane e che oggi non viene tutelata. Il motivo è da ricercarsi nella mancanza di competenze e nella carenza di risorse economiche per la brevettazione. Le nostre Università pubblicano le proprie ricerche, rendendo disponibili a tutti le informazioni e la proprietà intellettuale viene così dispersa e diventa impossibile valorizzarla economicamente. Il primo passo è quindi capire che, se non c’è un investimento in protezione della proprietà intellettuale generata dai centri di ricerca pubblici, il lavoro viene disperso. Una volta fatto questo passo, che richiederà alcuni anni per poterlo realizzare, allora si potrà innestare il processo di technology transfer, sia verso nuove imprese sia verso quelle già consolidate. In assenza di ciò diviene tutto molto estemporaneo e l’internazionalizzazione è impossibile. È statisticamente dimostrato infatti che le aziende fanno fundrasing cinque volte in media di più se hanno al proprio interno un portafoglio di brevetti.

C’è poi la questione delle dimensioni delle aziende che in Italia sono generalmente medio piccole e ciò non facilita l’internazionalizzazione. Il nanismo delle nostre imprese dipende molto dal fatto che gli investitori non vedono un asset su cui investire, e si ritorna quindi alla questione della necessità di tutelare la proprietà intellettuale e avviare processi di brevettazone.

 

GuidiGuido Guidi, Chairman AurorA-TT; Member of the Scientific Committee, Technology Forum Life Sciences 2017 

Al termine dei lavori del Technology Forum Life Sciences, quale è il suo sentimento sulla situazione italiana?

È un sentimento misto. Da una parte vedo dei progressi, un’energia positiva e sicuramente noto che il tema “ricerca” sta diventando più visibile rispetto al passato e non è più solo un tema per gli addetti ai lavori. Resta però il fatto che siamo un Paese complicato che limita lo sviluppo della ricerca, in cui la difficoltà a seguire certe regole rende ancora più difficile le cose. Nel settore della ricerca, nell’individuazione dei bandi, nel reperimento dei finanziamenti, avere qualche cosa di processato e omogeneo permette di interfacciare più facilmente i diversi ambiti coinvolti. Il nostro caleidoscopio della ricerca è invece caratterizzato da eccessive complessità.

Per superare il problema dovremmo definire dei protocolli uniformi in modo che tutti i soggetti si possano adeguare. Detto questo, il tema della ricerca va comunicato meglio: oggi per la gente comune il termine “ricerca” non ha ancora tutto quel significato che invece può avere per gli addetti ai lavori. Se comunicassimo in modo adeguato e meglio potremmo trovare maggior supporto anche da parte dalla popolazione.

Si è poi parlato della costituzione di un’Agenzia per la Ricerca, una possibilità che spaventa molti perché la interpretano come una nuova sovrastruttura. Il Cluster ALISEI è un buon esempio di collaborazione tra i diversi attori del settore, tra pubblico e privato; anche in questo caso però dobbiamo cercare essere coerenti e non cambiare continuamente, imparando a far funzionare ciò che c’è. In Italia siamo molto bravi a far partire un processo, ma siamo molto meno bravi a mantenerlo efficiente. Resta comunque, quale che sia la soluzione scelta, la necessità di un coordinamento, che organizzi i flussi di investimento e concentri le risorse nel modo più efficace nell’interesse del Paese.