Tre strategie per permettere all’Italia di sfruttare i bandi Ue nel settore delle life science

Damiani

Intervista ad Alessandro Damiani, Presidente APRE – Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea

Delle risorse finanziarie europee destinate alla ricerca l’8,3% arriva in Italia e i progetti italiani riescono ad aggiudicarsi fondi UE in un caso su 10. Quali sono secondo lei gli elementi per superare e far crescere questi numeri?

Per prima cosa credo si debba prestare maggiore attenzione e assistenza alle esigenze degli operatori, diffondendo in maniera più mirata le informazioni, ma soprattutto mettendo a disposizione di coloro che vogliono accedere ai fondi europei una forma di assistenza specifica che parta dall’individuazione dei loro bisogni di conoscenza e di tecnologie per individuare le opportunità più adatte a loro. Un’assistenza che faciliti l’operatore nel compito di individuare il bando e il topic più adatto per trovare collaborazioni e finanziamenti europei e lo aiuti a preparare proposte di qualità in grado di passare il vaglio di Bruxelles, che è molto selettivo.

In secondo luogo bisogna guardare al sistema della ricerca e dell’innovazione in Italia e alla sua capacità di assorbimento, che nel nostro Paese è limitata ed è legata al volume degli investimenti nazionali, pubblici e privati, e al numero di ricercatori in valore assoluto. È importante un rafforzamento dell’investimento nazionale. I Paesi che partecipano in maniera più robusta ai fondi europei sono quelli che investono maggiormente in ricerca e innovazione. Si deve pensare ai finanziamenti che vengono da Bruxelles come complementari a quelli nazionali non come sostitutivi, perché la robustezza della partecipazione italiana è funzione della capacità di investimento e di rafforzamento della ricerca nel Paese.

Un terzo elemento da considerare è la necessità di allineare le priorità italiane rispetto a quelle europee. La questione è antica, ritengo si debbano privilegiare i settori dove abbiamo forti competenze e scarsi investimenti. Ma serve un approfondito ragionamento su dove siamo forti e dove siamo deboli e di conseguenza cercare di orientare Bruxelles su determinate priorità europee. Su questo aspetto specifico, come APRE e a nome degli stakeholder che come associazione rappresentiamo, che costituiscono buona parte del sistema ricerca nazionale, stiamo cercando di fare un lavoro assieme alle autorità istituzionali, al MIUR in primo luogo, alla Rappresentanza italiana a Bruxelles e agli Europarlamentari, per accompagnarli nel processo di partecipazione italiana nella definizione delle priorità europee. Il negoziato sui contenuti del prossimo programma settennale, Horizon Europe, è in corso in questo momento e sta entrando nella sua fase cruciale.

In termini generali, vista la frammentazione e l’alto numero di PMI private italiane, come vede la partecipazione delle nostre aziende ai programmi di finanziamento europeo?

La partecipazione della componente privata al programma quadro è sorprendente, più di quanto ci si possa aspettare vista la bassa incidenza degli investimenti privati sull’investimento complessivo della ricerca in Italia. Nelle scienze della vita abbiamo il 30% di partecipazione ai bandi della componente industriale, e in questo quadro il peso specifico delle PMI italiane è significativo: i due terzi della presenza industriale sono rappresentati dalle PMI.

Oggi andiamo incontro a un potenziale problema: mentre nell’ultimo programma quadro era ammessa la partecipazione ai finanziamenti delle PMI, la bozza del nuovo programma quadro non prevede né un target di bilancio per le PMI (nel PQ attuale è del 20%), né uno strumento dedicato, che è quello che è stato usato fino a oggi dalla maggior parte delle PMI per accedere ai fondi europei. Come Paese ci stiamo impegnando perché le PMI siano riconsiderate nei nuovi piani di finanziamento. Ne abbiamo già discusso con le autorità italiane a Roma e a Bruxelles e come APRE assieme a Confindustria, Confartigianato, CNA, Confapi, Confcommercio e Unioncamere abbiamo promosso un’iniziativa a cui stiamo dando visibilità e sulla quale stiamo cercando di aggregare consensi anche da altri Paesi: una sorta di manifesto perché resti un programma dedicato alle PMI nel prossimo programma quadro.

Un’ultima annotazione molto importante, visto il contesto in cui siamo (ndr. Technology Forum sulle Life Sciences), è relativa alla bassa partecipazione italiana ai fondi europei del settore della salute. La salute è proprio quel comparto in cui la differenza tra il potenziale nazionale e il tasso di partecipazione è più evidente. Penso che valga la pena fare uno sforzo specifico dedicato ad attrarre competenze nazionali verso queste opportunità e l’APRE vorrebbe farlo, d’intesa con il Ministero della Salute, assieme agli altri protagonisti di questo mondo, in primo luogo ad ALISEI.