SCENT: dall’Università di Ferrara la start-up che rileva i tumori dai… gas intestinali!

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La parola SCENT evoca a chi mastica un po’ di inglese fragranze particolari e profumi raffinati, venduti in costose profumerie del centro storico. Il termine significa infatti profumo in qualunque paese a lingua anglofona ma di certo non in un laboratorio dell’Università di Ferrara, dove l’acronimo S.C.E.N.T. indica invece una promettente startup nata in seno al Dipartimento di Fisica e Scienze della terra.

La sigla indica infatti Semi Conductor-based Electronic Network for Tumors, e la mission di questa società è quella di progettare, testare, produrre e commercializzare strumenti di screening per rivelare formazioni tumorali attraverso l’analisi dei gas emessi dal corpo umano. Un nome ironico dunque, anche se quello che il team di SCENT ha brevettato e a breve commercializzerà è qualcosa di estremamente serio.

L’idea di base di SCENT riguarda lo screening preliminare di formazioni tumorali al colon-retto (sin dallo stadio di adenoma). Lo strumento per il monitoraggio, indicato con il nome di SCENT A1, è ancora ad uno stadio di prototipo, ed è brevettato in Italia, Regno Unito e Germania. È portatile, a basso costo ed è semplice da utilizzare anche da parte di personale non qualificato.

Dal 2004 a Ferrara lo screening nei pazienti di età superiore ai 50 anni si affida a metodologie non completamente affidabili come la ricerca del sangue occulto nelle feci, cui segue in caso di test positivo la colonscopia. Il test è un sistema parecchio fallibile perché può rilevare la presenza di sangue anche per altre motivazioni e i falsi positivi arrivano addirittura al 70%, dunque un alto numero di pazienti viene mandato a fare inutilmente un esame più invasivo per accertamento. Circa la metà di questi pazienti poi, rinuncia del tutto a procedere, per una comune paura di un esame invasivo e per molti doloroso.

Qui entra in gioco SCENT: se, e solo se il test del sangue risulta positivo viene eseguito anche il nuovo test, su un campione di feci congelate, dunque in totale assenza del paziente e con risultati immediati. Se anche questo test risulta positivo si procede all’esame invasivo, limitando quindi la casistica ai soli pazienti effettivamente malati. Molte persone hanno infatti adenomi talmente piccoli che non peggioreranno nemmeno nel giro di vent’anni e non ha senso inizino alcuna terapia.

In questa fase la start-up è ancora quasi uno spinoff dell’Università e attende la validazione clinica del dispositivo, processo lungo e costoso che dovrebbe terminare il prossimo aprile. La start up è nata nel 2015, e le attività si basano su un Comitato Scientifico che dirige la ricerca, con competenze eterogenee: fisica, chimica, statistica, informatica, biologia e medicina.

Secondo i piani, i primi dispositivi potrebbero essere pronti per il commercio dal 2020, quindi disponibili per le cliniche private e pubbliche al servizio dei pazienti italiani e via via di altri mercati europei.