Patrizio Bianchi, i big data sono una grande ricchezza per le Scienze della Vita, ma è necessario sviluppare chiavi di lettura adeguate

Intervista a Patrizio Bianchi, assessore a coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro della Regione Emilia Romagna, intervenuto all’Assemblea del Cluster ALISEI

Il settore delle Life Science è ricchissimo di dati, come è possibile mettere il mondo universitario e l’industria nelle condizioni di poter utilizzare e interpretare i big data per avere un vantaggio competitivo a livello internazionale?

Una profondissima ristrutturazione sta coinvolgendo l’intero mondo industriale, anzi una rivoluzione, che proprio nelle Scienze della vita sta manifestando tutta la sua forza. Troppo spesso questa nuova rivoluzione industriale viene individuata solo per i suoi aspetti tecnologici, come i robot, internet, la digitalizzazione. Una rivoluzione è una rivoluzione e comprende tutta la gamma delle relazioni umane, a partire dagli esiti della ricerca scientifica e delle trasformazioni sociali.

La grande rivoluzione scientifica legata al genoma ad esempio ha spinto a riconoscere in ognuno di noi un profilo genetico che richiede risposte differenziate. Lo sviluppo della digitalizzazione permette di disporre dei profili di vita e di consumo di intere popolazioni. D’altra parte i fenomeni di globalizzazione hanno oggi messo in collegamento imprese, istituzioni, università lontane fra loro ma parte di stesse comunità. Le imprese, sempre più intrecciate con la ricerca, stanno trasformandosi da produttori di prodotti standardizzati o a ridotto spettro di differenziazione in offerenti di soluzioni personalizzate, caratterizzate per rispondere a bisogni chiaramente riferiti alle problematiche di vita di una persona, con un proprio profilo clinico, un proprio trend di vita e di consumo.

L’accumulazione di dati diventa massimo proprio nell’ambito della salute delle persone, sia per dare risposte sempre più personalizzate, sia per costituire una base per ricerche che siano in grado di permettere avanzamenti della scienza ma anche delle sue applicazioni.

Questo implica però la capacità di sviluppare chiavi di lettura in grado di utilizzare i dati, preservando la privacy delle persone e la accessibilità alla ricerca, per evitare nuovi monopoli in grado di condizionare la vita dei singoli e delle comunità.

In Italia abbiamo oggi la possibilità si sviluppare un sistema scientifico nazionale che, coniugando le eccellenze e le capacità, può divenire il vantaggio competitivo per le imprese e per il Paese nel suo insieme. Ad esempio, credo che Human Technopole di Milano e l’hub Big Data consolidato a Bologna costituiscano i pilastri di un sistema che può rappresentare una infrastruttura strategica cruciale per lo sviluppo del nostro Paese.

Quale passo deve fare il mondo universitario affinché sia allineato con le richieste di figure professionali richieste dal mondo dell’industria?

Credo che sia le università sia le imprese debbano insieme delineare le nuove figure professionali. I tempi delle imprese – almeno di quelle innovative – e delle istituzioni non sono gli stessi. Un corso di ingegneria richiede comunque cinque anni, così come un corso di medicina richiede il tempo di un ciclo didattico lungo. Per questo bisogna crescere insieme per disegnare assieme i corsi e le fasi applicative. In Emilia Romagna abbiamo promosso un corso magistrale in inglese in Automotive engineering che vede lavorare congiuntamente le Università di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, e Parma e le imprese Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Lamborghini, Ducati, Dallara, Toro Rosso, Marelli, Haas, Coxa. Insieme abbiamo disegnato il corso, i profili, le attività nelle diverse sedi universitarie, le attività in impresa, le attività all’estero. Lo abbiamo presentato a New York la settimana scorsa, con grande attenzione, volendo attrarre i migliori studenti da tutto il mondo. Credo sia un buon esempio.