Maggiore sinergia tra i diversi comparti delle life science in Italia

Ugo Di Francesco

Intervista a Ugo Di Francesco – Commissario ALISEI in rappresentanza della compagine industriale.

Come Commissario di Alisei in rappresentanza delle Associazioni industriali, qual è il suo punto di vista sul ruolo di Alisei a livello nazionale e internazionale?

Le Associazioni industriali del settore Life Science, che comprendono l’industria farmaceutica quella biotecnologica e della produzione dei dispositivi medici, stanno vivendo un momento di grande cambiamento legato all’evoluzione della ricerca scientifica che porta allo sviluppo di prodotti con una forte spinta verso l’innovazione.  Il mondo del farmaco necessita di una accelerazione all’innovazione che il Cluster Alisei, nella logica di sistema di cui è rappresentante, può imprimere a livello nazionale ed internazionale, consolidando il ruolo di motore dell’innovazione italiana. È importante quindi una maggiore sinergia tra i due settori coinvolti, ovvero il mondo della ricerca e l’industria, attraverso programmi comuni che incentivino la fluidità del processo di sviluppo del farmaco, dalla ricerca di base all’immissione in commercio, attraverso una corretta gestione e spinta del trasferimento tecnologico.

L’industria farmaceutica nazionale è un settore di punta dell’economia italiana. Secondo la sua esperienza come si può migliorare il trasferimento tecnologico tra la ricerca di base e l’industria?

Il settore dell’Industria Farmaceutica italiana è diventato nel 2018 il primo produttore a livello europeo. Ciò nonostante rimane la difficoltà da parte del Sistema Paese di avviare il trasferimento tecnologico dagli enti di ricerca all’industria e quindi a tradurre i risultati della ricerca in prodotti utili a tutti.

Uno dei principali canali del trasferimento tecnologico rimane la formazione, analogamente alla necessità di sviluppare partnership con enti esterni cercando opportune sinergie tra le conoscenze tecnologiche dei gruppi universitari e le conoscenze derivanti dai professionisti delle imprese. La fondazione, da parte delle migliori università italiane, di collaborazioni strutturate con il mondo industriale, capaci di elaborare proposte condivise con le imprese fin dalla fase progettuale, rappresenta già oggi una realtà che necessita di essere alimentata.

La necessità di combinare sempre di più competenze diverse, dovuta alla crescente complessità dell’innovazione tecnologica, comporta l’esigenza di aggregare gruppi interdisciplinari per sviluppare una filiera dell’innovazione in equilibrio tra attività più pertinenti al tessuto accademico, che conosce meglio il sistema della ricerca, ed altri partner qualificati al supporto delle fasi di sviluppo più vicine al mercato.

In questo quadro, quali potrebbero essere secondo lei gli strumenti e le leve che il Cluster Alisei dovrebbe attivare nei prossimi anni per migliorare il trasferimento tecnologico?

Il nuovo piano di sviluppo strategico del Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita ALISEI per il triennio 2017-2020, definisce quattro macro-traiettorie prioritarie:

  1. e-health, diagnostica avanzata, medical device e mini invasività.
  2. Biotecnologie, bioinformatica e sviluppo farmaceutico.
  3. Medicina rigenerativa, predittiva e personalizzata.
  4. Nutraceutica, nutrigenomica e alimenti funzionali.

Inoltre individua alcune aree principali di intervento, tra cui il supporto e l’incentivazione del trasferimento tecnologico e della valorizzazione della ricerca.

Occorrerà intervenire sulle evidenti criticità del sistema attraverso il sostegno alla costituzione di accordi industriali collocati presso unità di ricerca universitarie, con carattere di stabilità e continuità. Non solo. È inoltre necessario supportare il perfezionamento della professionalità degli uffici di trasferimento tecnologico, oggi più caratterizzati da competenze tecnico amministrativo/legali che tecnico scientifiche. E infine favorire la mobilità reciproca di giovani ricercatori universitari ed aziendali attraverso forme di collaborazione promuovendo scambi della conoscenza scientifica.

In occasione del Meet in Italy si è parlato della scarsità di investimenti in venture capital nel settore life science. Come possiamo, a livello Paese, migliorare l’attrattività delle nostre start-up?

Ritengo che in Italia il tasso di crescita del venture capital sia insufficiente ed è questo il motivo per cui le start-up italiane stentano a passare alla fase di scale-up. Manca una politica fiscale che incentivi gli investimenti in imprese innovative, senza la quale è impensabile una crescita adeguata. In più è necessario iniziare a lavorare per creare un ecosistema nazionale di start-up e una cultura radicata. Allo stato attuale abbiamo solo alcune eccezioni locali. Inoltre, per far entrare l’Italia nel radar degli investitori internazionali, è importante far conoscere le nostre migliori start-up a eventi di livello mondiale per attrarre interesse verso il Paese.

Ci sono poi problematiche strutturali da tenere in considerazione, come ad esempio una burocrazia farraginosa che frena l’attività dei venture capitalist per la complessità dei suoi adempimenti: snellire le procedure burocratiche porterebbe non solo a una maggiore efficienza ma soprattutto a un sistema di competitività migliore.

Un altro aspetto da tenere presente è che i settori industriali legati alle scienze della vita sono per natura orientati a prospettive a medio e lungo termine che influenzano le decisioni del presente. Di conseguenza la certezza delle regole e la loro stabilità nel tempo è fondamentale per garantire la competitività dell’industria italiana della salute.