Il punto sul settore delle scienze della vita

sanità

Lo scorso mese di luglio è stato presentato il Rapporto annuale di Assolombarda sulla filiera delle scienze della vita in Lombardia, realizzato in collaborazione con AIOP, Assobiomedica, Farmindustria, Federchimica, Cluster Lombardo Scienze della vita, con il contributo scientifico di Cergas-Univerisità Bocconi.

Le analisi effettuate si riferiscono all’anno solare 2016 (2015 per i servizi sanitari) e ai settori della filiera industriale (intermedi e principi attivi farmaceutici, farmaci, dispositivi medici e servizi di ricerca biotech, con l’aggiunta, da quest’anno, del segmento della fabbricazione di gas industriali ad uso medico); del commercio (commercio all’ingrosso e al dettaglio di prodotti farmaceutici e di dispositivi medici e articoli sanitari); dei servizi sanitari e socio-sanitari con prevalente componente sanitaria.

L’analisi si focalizza sulla Lombardia, i cui dati sono confrontati con quelli nazionali, con quelli delle regioni italiane più rilevanti dal punto di vista socio-economico (Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Toscana, Veneto) e con quelli delle regioni europee che, insieme alla Lombardia, rappresentano i contesti più sviluppati nelle science della vita (Baden-Württemberg, Cataluña e Île de France). In questo breve articolo analizzeremo prevalentemente i dati a livello nazionale, lasciando al lettore l’analisi della situazione in Lombardia e nelle altre regioni considerate.

Nel nostro Paese la filiera life science registra un valore della produzione di oltre 207 miliardi di euro nel 2016, un valore aggiunto di 95,5 miliardi e oltre 1,7 milioni di addetti. Considerando sia il contributo diretto sia l’indotto, il valore aggiunto dell’intera filiera in Italia corrisponde al 10,0% del PIL.

La Lombardia è la regione in cui la filiera ha il suo peso maggiore: un valore della produzione di 63,4 miliardi (pari al 31% del valore nazionale), oltre 23,5 miliardi di valore aggiunto (25% di quello nazionale) e 347 mila addetti (20% degli addetti a livello Paese), a fronte di un peso della popolazione del 16% su quella nazionale.

Le life science rappresentano fisiologicamente un comparto ad alta intensità di ricerca che poggia, sempre di più, su un modello di open innovation: processi di R&S sviluppati sempre più in partnership incrementano la capacità di generare ricadute positive sul network territoriale della ricerca e dell’innovazione. Il contributo quantitativamente più rilevante alla ricerca viene dalle imprese del farmaco che in Italia hanno investito in R&S 1,5 miliardi nel 2017 (il 7% del totale della ricerca nazionale, in crescita del +20% nei soli ultimi tre anni), impiegando circa 6.400 addetti in tale attività.

A livello nazionale – e con importanti presenze in Lombardia – emerge una specializzazione crescente in aree di grande potenzialità innovativa come, ad esempio, i farmaci per terapia genica e cellulare, i farmaci orfani, la diagnostica biotecnologica, i vaccini, le nanobiotecnologie, gli emoderivati, la medicina di genere senza dimenticare la genomica e la gestione dei Big Data. L’Italia è inoltre leader in Europa nelle terapie avanzate: infatti, 3 delle 6 terapie autorizzate in Europa sono nate dalla ricerca in Italia e tutte hanno legami con istituti di ricerca lombardi.

Per attrarre investimenti nella ricerca è importante sviluppare gli studi clinici. A livello nazionale, gli investimenti in questo ambito ammontano a 1 miliardo di euro l’anno, dei quali 700 milioni per medicinali. Negli ultimi anni l’Italia ha aumentato la propria quota di studi clinici (20% di quelli europei contro il 18% del 2012), con una componente crescente per quelli su farmaci biotech. Nel nostro Paese infatti, il 40% dei farmaci in sperimentazione clinica sono biotecnologici, in particolare proteine ricombinanti, vaccini, anticorpi monoclonali e terapie avanzate.

Nel campo della ricerca e innovazione, le aziende red biotech emergono come realtà particolarmente dinamiche e come gruppo trainante dell’intero comparto delle biotecnologie. Nel panorama nazionale, la concentrazione è massima in Lombardia, con 132 unità locali attive (di queste, 52 sono dedicate alla R&S biotech) che rappresentano il 45% del numero totale di imprese e il 35% del fatturato nazionali.

La filiera della salute rappresenta inoltre un grande serbatoio di opportunità lavorative altamente qualificate: il nostro SSN impiega 256.067 laureati, pari al 39,4% dei dipendenti dello stesso SSN e al 20,6% dei laureati totali della pubblica amministrazione italiana, posizionandosi al secondo posto dopo la scuola. Nell’industria farmaceutica, la quota di personale dirigente e quadro è pari al 22,9% contro il 4,5% del totale delle imprese.

Un altro aspetto molto interessante è legato all’occupazione femminile: nel SSN le donne raggiungono il 65,4%, contro una quota pari al 56,7% riferibile all’intero settore pubblico. Nel privato, e in particolare nelle aziende farmaceutiche a livello nazionale la percentuale di occupazione femminile è pari al 41,3%, nelle imprese medical device al 44%, mentre nelle imprese private che erogano assistenza sanitaria la percentuale sale al 77,0%.

Importante notare che, nell’ambito delle scienze della vita, alte quote di occupazione femminile interessano in maniera crescente ruoli più qualificati e dirigenziali: tra i medici del SSN il 40%, con valori superiori al 60% sotto i 40 anni, mentre tra i dirigenti non medici del SSN si raggiunge il 66%. Nelle aziende farmaceutiche, a livello nazionale, le donne rappresentano il 28% dei dirigenti contro il 15% del totale delle imprese; in Lombardia le due percentuali salgono rispettivamente al 31% e al 17%.

I dati presentati dal Rapporto annuale di Assolombarda sulla filiera delle scienze della vita evidenziano come il comparto sia da presidiare attentamente e possibilmente da sviluppare, a livello nazionale, lombardo e delle altre singole regioni, sia da parte degli attori pubblici sia privati.