Daniela Corda: Medicina di precisione e personalizzata per curare i tumori

Intervista a Daniela Corda, Direttore dell’Istituto di Biochimica delle Proteine del CNR di Napoli e Commissario ALISEI per gli istituti di ricerca

Vista la sua esperienza nell’ambito della ricerca sugli aspetti legati allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali, quali potranno essere le aspettative per i pazienti affetti da tumori derivanti dalle terapie sempre più puntuali e dalla cosiddetta medicina personalizzata? 

La medicina personalizzata offre grandi aspettative per la cura dei tumori. Forse una definizione che rende ancor meglio la logica dello sforzo che si sta facendo in questo senso è “medicina di precisione”. Si supera quello che è stato, ed è ancora in alcuni casi, l’attacco generale alla cellula tumorale che, essendo una cellula che si moltiplica, è sensibile ai farmaci che bloccano questa crescita incontrollata. Mi riferisco chiaramente alla chemioterapia che comunque finora, non dimentichiamolo, è stata un’arma potente contro la crescita tumorale, ma può dare una serie di effetti tossici/collaterali, che pur se ben controllati, influenzano la qualità di vita del paziente.

Per i ricercatori impegnati nella lotta contro il cancro lo sforzo degli ultimi decenni è stato quello di capire i meccanismi che fanno sì che una cellula normale decida di impazzire e quindi si moltiplichi in maniera incontrollata. La “precisione” alla quale accennavo prima sta appunto nello studiare ogni singolo tipo di tumore, capirne l’origine, i meccanismi molecolari che lo regolano e quindi identificare un anello di questa catena che sia così specifico da caratterizzare solo quel tumore. A questo punto si studia il rimedio, cioè la molecola che possa diventare farmaco, con le caratteristiche di altissima specificità e quindi bassa tossicità generale. I successi sono già noti e sono nella pratica clinica: per alcuni tumori della mammella ad esempio, l’inibizione di proteine della membrana della cellula tumorale, come il recettore dell’EGF o l’HER2, hanno dato buoni risultati. E così altri nuovi bersagli specifici identificati per altri tumori. La “precisione” quindi sta nell’identificare il bersaglio giusto, ma anche la molecola giusta per bloccarlo. Qui si aprono varie possibilità. Possiamo identificare piccole molecole di sintesi, oppure anticorpi, che in maniera specifica riconoscano il bersaglio e gli impediscano di agire. In verità l’immunoterapia sta dando ottimi risultati anche nel caso del melanoma o del tumore al polmone; vi sono poi in corso varie sperimentazioni cliniche quindi credo che in un tempo relativamente breve avremo sia nuovi protocolli di immunoterapia sia vaccini per la prevenzione di alcuni tumori.

I tumori son tanti e la lotta va personalizzata, secondo il tipo e lo stadio della malattia; qui direi che “la precisione” dell’attacco deve combinarsi con la conoscenza dello stato del paziente, quindi la cura può diventare a questo punto “personalizzata”.

Stiamo parlando però di una patologia che si è già manifestata. Secondo me va compreso anche quanto la medicina di precisione possa fare nella prevenzione dei tumori, e direi di tutte le patologie, specialmente quelle di origine genetica.

Come si continua a ripetere, la miglior cura si ottiene se la diagnosi è precoce. Da qui l’importanza di aderire alle campagne di screening per le varie patologie: direi che la prevenzione deve essere praticata come un salvavita a disposizione di tutti noi. In questo settore il ricercatore di nuovo contribuisce con “la precisione”, identificando cioè biomarcatori associati alle varie patologie che permettono screening e quindi diagnosi sempre più precoci.

Qual è il suo punto di vista sulla relazione tra gli istituti pubblici di ricerca e industria privata? Il Cluster può assumere un ruolo di facilitatore per accrescere maggiormente l’interazione tra i due ambiti?

Io son convinta che il Cluster Alisei non solo può, ma deve assumere il ruolo di facilitatore nella costruzione di reti virtuose che mettano al centro del loro interesse il trasferimento delle nuove conoscenze alla catena dello sviluppo del farmaco.

Mi stupisco sempre quando l’accademia (istituti di ricerca pubblici e privati) viene messa quasi in contrapposizione all’industria farmaceutica. È chiaro che solo insieme si può essere competitivi: l’accademia non ha né le risorse né l’esperienza per arrivare al farmaco, l’industria farmaceutica potrebbe investire fondi su propri istituti di ricerca, non lo fa in modo sufficiente e anche se lo facesse, comunque trarrebbe vantaggio dall’interazione con l’accademia; quindi l’industria ha le conoscenze e la forza economica per promuovere la catena di sviluppo del farmaco (dalla scoperta alla pratica clinica), ma necessita dell’aggiornamento costante sulle scoperte competitive.

Certamente Alisei deve impegnarsi per rompere il muro lì dove esiste. Io credo però che ci sia molta volontà di collaborazione. Il problema vero di nuovo è creare gli strumenti per facilitare lo sviluppo delle reti virtuose. Alisei può far molto nell’identificare le realtà più promettenti, ci devono però poi essere risorse reali e puntuali perché si possa lavorare. Quindi l’investimento sia pubblico sia privato deve essere gestito in maniera da essere il motore e non il freno, come purtroppo è ora, per lo sviluppo dei tanti progetti competitivi.

Quali sono secondo lei i punti di forza del settore delle scienze della vita in Italia e quali le debolezze? E tra queste, secondo lei, quali dovrebbero essere le priorità per affermarci in Europa?

Da biologa mi permetta di dire che la nostra comunità è molto rispettata in Europa e nel mondo. Le “scienze della vita” in Italia contano scienziati eccellenti, università, e istituti di ricerca pubblici e privati che formano giovani ricercatori eccellenti e motivati. “Facciamo miracoli” mi sento di dire con le poche risorse che abbiamo. Quindi il punto di forza è certamente la qualità e la determinazione degli scienziati italiani del settore delle scienze della vita, ma non è diverso negli altri settori, siamo una comunità scientifica temprata e forte.

La debolezza è nel sistema di sostegno alla ricerca. Gli unici fondi certi, come erogazione intendo, sono quelli delle Fondazioni, mentre il sistema pubblico accumula ritardi di anni che non permettono a nessun gruppo di lavorare con la certezza del domani e quindi di programmare attività a medio-lungo periodo. È questo il grande problema italiano: lo scarso supporto alla ricerca, basta ricordare che il nostro investimento in ricerca ammonta alla metà delle nazioni a noi paragonabili come Francia e Germania, e a un terzo di quello delle nazioni del nord Europa.

La ricetta per affermarci in Europa è semplice ed è già stata presentata in tanti documenti redatti dai vari organi competenti. In Italia abbiamo necessità di fondi per la ricerca certi ed erogati nei tempi previsti; dobbiamo aumentare gli “addetti ai lavori” cioè tutte le figure professionali del settore: ricercatori, tecnici, amministrativi, divulgatori e così via. Visto che poi sia i programmi europei sia quelli nazionali enfatizzano come l’innovazione sia necessaria per la competizione globale, dobbiamo far sì che i programmi di formazione specialistici siano di altissimo livello e diano ai formandi la preparazione necessaria per la sfida europea e per la competizione globale. Direi che avendo le risorse diventa tutto più facile e fattibile. Il fattore tempo però non ci aiuta: siamo in ritardo e se non si agisce subito, non saremo in grado di competere.

Quindi la ricetta in poche parole: aumento delle risorse; certezza dell’erogazione per programmi almeno quinquennali; formazione post-universitaria o professionale di alto livello; aumento del numero di ricercatori di tutti i settori (istituti pubblici e privati, e industria).