Aringhieri, il settore delle scienze della vita in Italia ha le carte in regola per crescere

Intervista a Eugenio Aringhieri, CEO Gruppo Donpè e Commissario ALISEI per la compagine industriale


In base alla sua esperienza, con quali mezzi l’industria italiana può far crescere il settore delle scienze della vita nel nostro Paese?

Sulla scorta di quanto dicono i numeri, che non possono mentire per definizione, secondo gli ultimi dati di Farmindustria il settore delle scienze della vita vede un trend in continua crescita, con una produzione che a ottobre 2016 ha registrato un +5,3% rispetto all’anno precedente e un export che, stando alle recenti stime ISTAT, cresce più di ogni altro settore nel panorama industriale italiano (+6,8%). Il pharma, inoltre, continua a investire nella ricerca, con 700 milioni all’anno negli studi clinici. Un contributo in termini di innovazione che trova un riscontro concreto anche nelle numerose richieste di brevetto, in costante aumento.

Sono convinto ci siano tutte le premesse per annoverare il nostro paese tra quelli trainanti nel settore delle scienze della vita, con eccellenti realtà in grado di competere con i Paesi cui spesso guardiamo come modello.

Sicuramente possiamo contribuire ad accrescere la cultura dell’innovazione, puntando sul consolidamento delle esperienze che stiamo vivendo e alla capacità di fare network e facendo leva sul valore strategico rappresentato dalla ricerca per il sistema Paese. Questa è la filosofia strategica di Dompé, e penso che rappresenti un modello valido per l’intero settore.

Una delle maggiori criticità del settore industriale in Italia riguarda la dimensione delle aziende. Come, secondo lei, è possibile creare delle sinergie tra le diverse realtà produttive per competere alla pari sul mercato internazionale?

Sono convinto che questa possa essere vista come un’opportunità e non come un problema, a patto che si sappia scegliere con attenzione il proprio “campo di gioco”, ovvero l’ambito in cui muoversi con la propria attività, e soprattutto essere in grado di fare network. Si sta sempre più facendo strada, nel mondo delle scienze della vita, il concetto di open innovation. La ricerca di base non viene più portata avanti solo nei laboratori delle aziende farmaceutiche, come accadeva qualche decennio fa. Le innovazioni scientifiche nascono grazie alla sempre più stretta interazione e collaborazione tra Aziende farmaceutiche, Università, Ospedali, Enti e Istituzioni. Quello che dobbiamo sviluppare è quindi la capacità di fare rete, di cogliere le opportunità.

Come commissario del Cluster Scienze della Vita, qual è la sua visione, da un punto di vista dell’industria, del ruolo che dovrà giocare Alisei a livello nazionale e internazionale?

La condivisione delle conoscenze e la capacità di fare network su scala nazionale e internazionale, individuando e lavorando ai progetti migliori nell’ambito della ricerca e delle start up del settore, sono i capisaldi di una strategia di sviluppo per le imprese italiane che operano nel settore delle scienze della vita. In questa logica di sistema il Cluster Alisei dovrà interagire per la creazione di un ecosistema favorevole all’innovazione. Lo può fare inserendosi come elemento di collegamento tra i diversi attori del sistema – Università, Centri di Ricerca e Industria – per un’accelerazione del trasferimento di conoscenze e tecnologie, al fine di rendere più agevole l’attrazione di risorse e competenze su progetti altamente innovativi. Un ruolo sicuramente strategico che, per funzionare, dovrà essere chiaro e condiviso.

Quali sono i punti di forza e le criticità dell’attuale rapporto tra il mondo della ricerca e quello dell’industria farmaceutica? Una buona sinergia tra le due componenti quanto consentirebbe all’Italia di diventare un’eccellenza nel comparto delle scienze della vita a livello internazionale?

Il rapporto stretto e continuativo tra ricerca e industria farmaceutica rappresenta la chiave di volta per lo sviluppo di entrambi i settori ed è ovviamente l’obiettivo a cui tendere, pur se già oggi ci sono indicazioni positive in questo senso. Un vero e proprio gioco di Squadra tra i luoghi dove l’innovazione si crea: Centri di Ricerca, start up, Università. Realtà che per capacità, dimensioni e competenza, sono in grado di “dare gambe” allo sviluppo del farmaco attraverso programmi globali. La consapevolezza che il “viaggio” che separa il laboratorio dal Paziente sia lungo (oltre 10 anni) e complesso (le omiche ad esempio lo dimostrano) è ormai chiara, così come la convinzione che i “compagni di viaggio” saranno diversi a seconda della “tappa”. Creare un’arena comune, un dialogo costruttivo tra le parti e una fluidità che agevoli i trasferimenti di valore da un comparto all’altro è la sfida che ci troviamo di fronte. L’Italia per competenze, volontà e qualche iniziale ma incoraggiante risultato sta dimostrando di potercela fare. L’imperativo è “adesso o mai più!”.